Biografia

Andrea Chisesi nasce a Roma nel 1972, all’età di due anni Andrea e la sua famiglia si trasferiscono a Milano, qui frequenta il Liceo Artistico e il Politecnico. Nel 1998 apre il suo studio “Andrea Chisesi photographer” in Porta Venezia, studio nel quale si occupa principalmente di fotografia ma nel quale inizia a sperimentare quella tecnica che lui stesso definirà “Fusione” tra pittura e fotografia. Dal 1998 al 2008 , la fotografia di ritratto sarà per l’artista l’attività principale che lo porterà a pubblicare su prestigiose riviste come Vogue, Vanity fair, Max, Rolling Stone e a ritrarre nel suo studio e sui set cinematografici personaggi tra cui attori, scrittori, musicisti di fama mondiale come Harvey Keitel, Robbie Wiliams, Ken Follet, Steven Tyler e molti altri. Nonostante i suoi successi in campo fotografico Andrea Chisesi non ha mai smesso di dipingere, sperimenta le sue prime “Fusioni” tra pittura e fotografia e continua la sua ricerca iconografica nella pittura pura.

Nel 2008 apre il suo atelier di pittura in via Piranesi a Milano.
Fusioni e Vortici sono i suoi due percorsi, che porta avanti parallelamente.
Il primo percorso necessita di una rigorosa progettualità, la tela viene preparata pittoricamente per accogliere la fotografia, successivamente continua ad essere dipinta.
Il secondo al contrario, da libero sfogo a quella istintività ed al gesto che l’artista dal 2008 porterà davanti al pubblico con le sue live performance.
Proprio questa esigenza di essere rapido, incisivo nel tratto, davanti ad un pubblico attento lo portano ad adottare la tecnica del dripping, anche nella realizzazione di soggetti figurativi.
Anche se apparentemente molto diversi i due percorsi di “Fusione” e di pura pittura si intrecciano soprattutto nella fase preparatoria delle opere.

Tecnica pittorica

Da cosa nasce l’idea di fondere pittura e fotografia?

Questa è stata la prima domanda fatta ad Andrea Chisesi, un fotografo professionista che decide di fondere le sue due passioni di pittore e fotografo. Con semplicità mi ha spiegato che non è stata un’idea, ma un esigenza, durante le sperimentazioni di stampa su supporti diversi per la fotografia ha provato ad incastrare le immagini di alcuni particolari di quadri pittorici con le immagini femminili di alcuni scatti fotografici. L’amore per Klimt, lo ha spinto a ricercare immagini oniriche che solo con la fotografia o solo con la pittura non erano complete. Le prime “Fusioni” termine con il quale definisce la sua tecnica, nascono prettamente dal digitale, come una sorta di collage tra scatti di opere pittoriche e scatti di personaggi, nelle prime fusioni il rapporto tra pittura e fotografia è paritario poiché nessuna delle parti prevale ed il risultato ne è la stampa. In un secondo momento, l’artista comincia ad aggiungere il colore modificando e sovrapponendo la pittura alla fotografia. Questa tecnica è stata utilizzata da molti artisti ed è sicuramente una tecnica conclamata e sempre utilizzata fin dagli esordi della fotografia. Il suo percorso comincia a staccarsi dalla “ foto digitale ritoccata “ quando sperimenta i suoi singolari supporti. Dipinge la tela come se fosse uno scenario con vari tipi di materiali: gesso di bologna, acrilici, giornali o poster, stratificazioni di pitture foglia oro che hanno come obbiettivo quello di creare una texture per accogliere l’immagine fotografica. Andrea mi spiega che la fotografia nasce con il concetto di stampa su bianco e che ciò che viene stampato sul nero non esiste. Quindi inizia un vero e proprio progetto immaginario su cosa vuole togliere dall’immagine e cosa vuole mettere in evidenza, dal momento in cui sa che il bianco mantiene l’immagine ed il nero la nega. Nasce cosi la prima fusione tra pittura e fotografia e non tra fotografia e pittura. Successivamente con l’immagine impressa sulla pittura e quindi con la prima parte della fusione decide dove e come intervenire per dare maggiore potenza od equilibrio all’opera. Questa tecnica è in continua sperimentazione poiché cambiando la preparazione pittorica anche con la stessa immagine l’opera ha un aspetto ed una soluzione completamente diversa, la fotografia si rimette al servizio della pittura e non diventa una guida come storicamente è successo, ma diventa filtro, diventa uno strato trasparente che si adagia alla pittura e ne detiene i volumi. L’intervento successivo dell’artista rafforza o appiattisce volumi, colori e forme assecondando il suo volere.

Come nascono i Decollage?

Diversamente dal semplice collage che creava immagini ex novo incollando pezzi di materiali diversi,  il dècollage è l’esito finale di una serie di sottrazioni, di ritagli e lacerazioni, nello specifico di manifesti pubblicitari scollati dai muri delle strade. Il dècollage è Mimmo Rotella, appartiene agli anni ’50. Chisesi pur partendo dallo stesso procedimento, pur utilizzando lo stesso gesto dell’artista pop, produce soluzioni del tutto diverse. Sebbene la tecnica sia simile e sebbene rievochi qualcosa di già noto, nonostante le connessioni visive tra i due artisti siano inevitabili, il parallelo ne deformerebbe la realtà oggettiva portando ad una conclusione errata. Chisesi non scopre nella strada, come fa l’artista catanzarese, il luogo dell’immagine. Il suo posto è la nostalgia dell’immagine, il luogo di Andrea è nel ricordo. Un ricordo che Andrea appone all’immagine. O forse è piuttosto l’immagine nuova che si appone al ricordo? Quale che sia, Andrea non sente la necessità di sfruttare l’altra faccia, il retro d’affiche, ovvero quelle opere realizzate utilizzando il recto dei manifesti, la parte che presentava tracce non volute, “errori”, colla, ruggine, residui vari. Non ha bisogno di mostrare lo strappo dietro, celando una delle sue facce. L’artista a noi contemporaneo è più sfrontato nel modo di procedere : utilizza il décollage per esaltare la memoria del tempo. Strato su strato, il manifesto incollato all’altro, anche se appartenente a un’epoca diversa, lontana, è il risultato di un ribaltamento di temporalità, il presente si avvicenda al passato e viceversa. L’operazione artistica di Andrea Chisesi quindi è ancora più potente, poiché così facendo sembra voler manipolare le due dimensioni del Tempo, il passato e il presente. Forse accostandole così da vicino paradossalmente le supera entrambe. Nello strappo, il ricordo della réclame o della propaganda passata riaffiora inevitabilmente, e con essa il valore del tempo. Perché nello strappo il momento vissuto dal manifesto viene subito coperto da un altro. Questa stratificazione tuttavia non viene negata, al contrario viene custodita, come in uno scrigno, nella sua essenza. Nella serie delle Maternità, un omaggio dedicato al pittore francese Bouguereau, le Madonne sono l’immagine delle donne del nostro tempo. Donne perse dietro alle vetrine, donne che dimenticano se stesse giocando con l’effimero, col finto, condizionato bisogno consumistico, vittime inconsapevoli di una società malata che le vuole sempre ombra, sempre subalterne. Nell’operazione vitale di Chisesi diventano le paladine della salvezza, le staffette che portano la vita e il suo valore.

Come nascono i Fuochi d’Artificio?

“I fuochi sono il mio ricordo più caro da bambino, quando mio padre mi portava dai nonni a Palermo per le feste. Rimanevo affascinato dall’esplosione di colore e dai giochi pirotecnici che a Milano non avevo mai visto”. Il fuoco è la vita stessa, continua Andrea, l’ attimo, il ciclo che perpetuamente si ripete. La vita, come un artificio, ti stupisce e ti lascia meravigliato, è l’istante della massima estensione dell’esplosione, è dinamismo dei colori che riecheggiano sulla pelle. Nel momento in cui vedi il suo massimo splendore il fuoco si è già spento è finito, così la vita. Nelle opere di Andrea sotto ogni fuoco c’è l’uomo, la coppia, la famiglia o il popolo, personaggi che assistono all’artificio della loro vita insieme. Nella realizzazione del fuoco egli prepara il fondo con i colori della notte, inizia a dipingere la tela con la tecnica dello sgocciolamento, gli schizzi sono bianchi perché la luce è bianca, poi interviene con il colore e definisce le parti. Altri sono i fuochi bianchi, rossi o neri, il soggetto è il fulcro, la sua sapiente capacità di calibrare la caduta del colore sulla tela e la densità della materia, sono la palese capacità di Andrea di dominare la goccia, dall’alto definisce il centro del fuoco, costruendo goccia su goccia la sua impalpabile dimensione dal nucleo all’aurea.

Come nascono i Vortici?

Nell’arte contemporanea il vortice è un tema ricorrente, le chiavi di lettura possono essere diverse e tutte legate a fattori primordiali, l’universo le sue galassie ed il movimento rotatorio dei pianeti, aria ed acqua ci mostrano la potenza del vortice, poi nell’universo interiore quello non visibile i chakra, sono i centri energetici generati dai flussi di energia che compongono i nostri corpi (in sanscrito il termine significa “ruota”, ed indica appunto, l’incessante ruotare di questi centri nei nostri corpi sottili). Sono anche denominati vortici di luce e di energia vibrazionale, o come all’origine, Padma (loto), pertanto figurativamente rappresentati come fiori. Ognuno di essi ha un particolare colore e un diverso numero di petali, mentre al loro interno sono raffigurate forme geometriche, i simboli mistici, denominati yantra, ciascuno dei quali rievoca gli elementi costitutivi del Creato. Non possiamo toccarli, vederli, ma li percepiamo, i Chakra sono vortici di energia, un’energia non tangibile, non visibile, la quale non cade sotto i nostri comuni sensi, ma che talune persone particolarmente sensibili, possono avvertire a livello tattile o visivo. Tali energie, sebbene per l’appunto, non cadano sotto i nostri sensi, sono tuttavia delle energie fondamentali, sia per quanto concerne le manifestazioni della vita, sia per il mantenimento della vita stessa, nella sua essenza più vera. Per Andrea i vortici sono il suo mandala, “La vita è un vortice”, è stata la sua risposta, la mescolanza tra i colori ed il suo apparente caos sono per Andrea Chisesi il processo mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro; una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente. Quando ha voglia di dipingere, ma non vuole progettare una fusione Andrea con un movimento quasi ipnotico e ritmico inizia il suo vortice. Quasi sempre inizia a dipingere la tela bianca con il nero, perché la linea guida del vortice è la corrispondenza dell’anima e delle sue sensazioni, successivamente continua a versare sulla tela i colori primari che definiscono il fulcro del quadro, Andrea successivamente comincia a rompere questo equilibrio, comincia ad innestare piccolissime particelle di colore che cercano un nuovo equilibrio, un nuovo movimento che dal centro del quadro si allarga o implode verso un nucleo. Quando gli ho chiesto come ti è venuta l’dea del vortice? mi ha raccontato un aneddoto legato alle sue prime esperienze pittoriche, si trovava nella casa in collina dove amava passare l’estate con la sua famiglia ed in un pomeriggio dove le idee non erano sufficientemente gratificanti, il suo sguardo era perso nella tela bianca e la sua mano su di essa attendeva un impulso, ha disegnato un cerchio, un po’ come Giotto davanti alla richiesta del progetto del campanile! ho risposto.
Con un sorriso mi ha detto “la mia mano andava da sé l’unica cosa che mi allontanava dalla tela era la ricerca dell’equilibrio che trovo solo allontanandomi e socchiudendo gli occhi per mettere a fuoco tutto il quadro e non solo un particolare. Da allora quando dipingo un vortice scarico le mie tensioni e trovo pace“.

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