Critiche

Pittura & fotografia:
fusioni imperfette di Andrea Chisesi

di Jacqueline Ceresoli

Le ibridazioni tra la pittura e la fotografia non sono una novità del nuovo millennio, ma come sempre l’originalità di questa fusione di generi diversi dipende da come si sviluppa la ricerca e dalla sensibilità dell’artista. Per Andrea Chisiesi la pittura fonda l’identità dell’immagine, come la fotografia, alternando servizi di moda al ritratto con lo stesso entusiasmo e rigore.
Chisesi è figlio dell’ estetica e poetica del mescolamento, del collage, di tecniche e linguaggi degli anni 80, della Transavanguardia; è pop-concettuale, epigono di Warhol, senza perseguire l’obiettivo di un eccesso di realismo.
Da anni sperimenta nuovi modi, non di rappresentare la realtà, ma di evocarla, inserendo nella sua pittura personaggi, icone, amici, amori, autoscatti, materiali che documentano l’esperienza della quotidianità.
La fusione tra la fotografia e la pittura, tra l’immagine reale e quella immaginaria, con processi di alterazioni variabili e l’inserimento di molteplici materiali, per Andrea è una ricerca naturale, e non potrebbe fare altrimenti perché è onnivoro dell’immagine, poiché divora cataloghi d’arte, mostre, quotidiani, riviste di moda, film, video selezionati da youtube, essendo sedotto dalla potenzialità espressiva del colore e del segno.
Le sue immagini fotografiche, elaborate digitalmente, stampate su tela e ridipinte sembrano a caccia del corpo, del volto, del soggetto giusto da presentare nel posto sbagliato, con supporti alterati.
E’ figlio della cultura pop, dei post–modernismi avant-garde anni ’80, delle stratificazioni dell’epoca web: è fluttuante, come tutti noi dentro a un villaggio mediatico globale, dove esiste solo quello che si comunica e diventa immagine.
Chisiesi fin dagli esordi è sedotto dal nudo secondo Schiele, Kokosca, dalla raffinata tensione mista a decadenza ed estetizzante dei corpi di Klimt, nell’ambito della Secessione viennese, dai corpi anticlassici di Cezanne, di Picasso e dalle figure spigolose di Kirchner, ma anche dalle morbidezze suadenti delle linee di Matisse e di altri avanguardisti del Novecento.
Nei lavori recenti , superati gli innamoramenti giovanili e dopo aver sperimentato nuovi supporti più materici, focalizza il suo interesse sullo sfondo, sull’impatto decorativo del contesto che contiene l’immagine , introducendo collage di diversi materiali, pratica fusioni di décollage e sovrappone manifesti e altri materiali, strappati dai tabelloni nelle strade, combinati ad altri elementi materici come “ready- made della contemporaneità.
Ha superato la centralità della figura e si concentra sullo sfondo, riempiendo la superficie con segni orizzontali e verticali e traccia coordinate, trame, evoca i mosaici, trasformando la composizione in un mix di pixel policromi che dovrebbero definire ipotetiche cornici, prospettive o griglie immaginarie per contenere la sua fertile creatività.
Le sue opere esplorano un realismo extra-linguistico, che trascrivono un diario personale, per documentare un processo di elaborazione dei dati stratificati nella memoria, in cui annota ritratti di volti noti e sconosciuti, prima fotografati, poi sublimati o soltanto immaginati. Sono fusioni di soggetti pubblicati da qualche parte, autoscatti, situazioni, esperienze, ambienti, in ogni caso una traccia di vissuti. Questi e altri elementi sono presupposti formali per ridefinire relazioni dialettiche trasversali sempre più stratificate e complesse tra fotografia e pittura.
Nella sua pratica di fusione di dé-collage, sviluppa un metodo di lavoro di libera interpretazione di materiali che producono immagini, giungendo fino a una totale astrazione e a un rifiuto iconoclasta di tutto ciò che ha precedentemente assimilato ed elaborato. Come ? Nei suoi paradossali e vorticosi mandala di grandi dimensioni, cerchi o bersagli di forte impatto visivo, che si allontanano radicalmente dall’idea dell’immagine , della figura e del quadro, con l’obiettivo di configurare caleidoscopiche esplosioni performative di colore in cui tutto è caos, divenire e pura energia: archetipi della creatività.

Matrem

di Ornella Fazzina Docente di Storia dell’Arte
Accademia Belle Arti di Catania

Ad un ragionamento di Agamben su un buio che diviene meno fitto come conseguenza della capacità rischiaratrice del passato che finisce sotto l’ombra del presente, potrebbe legarsi la singolare produzione di Andrea Chisesi che adopera un vocabolario iconografico dell’antichità insieme ad una grammatica segnica di personale interpretazione.
Una giustapposizione che diventa una riflessione sul senso del tempo, lungo i percorsi accidentati della contemporaneità; un’analisi del passaggio da un’idea tradizionale del tempo, inteso come dimensione lineare fondata sulla memoria, la conservazione e il progresso, all’idea di un tempo completamente scisso, plurale, frammentato, fuori della storia: il tempo postmoderno, del virtuale, del globale e del consumo incontrollato.
Quel tempo imperfetto e mobile da cui si genera il rapporto tra antico e contemporaneo nell’arte. In questo immenso contenitore dal quale attingere, Chisesi preleva opere scultoree e pittoriche inerenti al concetto di Matrem, da lui ripensato e rivisitato per mezzo di fotografie di eroi, figure mitologiche, rappresentazioni sacre e ritratti trasposti su un piano rivestito principalmente di fiori, cerchi e semicerchi, quasi a voler suggerire il valore profondo e simbolico di una sorta di mandala contemporaneo.
Epoche e stili scorrono con altri ritmi nelle sue opere, dall’arte greca in poi, che toccano alcuni dei principali generi, quali l’arte sacra e il ritratto. Diventa un modo, questo, per attraversare la storia dell’arte e dei suoi protagonisti, per arrivare con la modernità e il superamento dal primato della pittura religiosa a un ventaglio più esteso di comunicazione dell’arte. Matrem diviene e va inteso, infatti, come veicolo di documentazione di fatti storici e sociali sul tema della creazione nella sua accezione più ampia che comprende anche il concetto di madre terra, madre patria, ma anche riflessione sull’arte e sui suoi linguaggi.
Nel procedere con la preparazione dell’intervento pittorico, successivamente Chisesi inserisce la stampa fotografica (tecnica che lui chiama “fusione”) per poi intervenire nuovamente con la pittura. Sovrapposizioni di strati cromatici definiscono forme che nel fiore e nei cerchi ripescano la simbologia della vita, morte, rinascita, essendo Matrem un inno alla naturalità delle cose, all’armonia universale, alla bellezza. La preparazione avviene in modo totalmente libero da condizionamenti mentali e formali, e in questa improvvisazione segnica i mandala, svincolati dal soggetto che subentrerà, si muovono come in una danza della mano incurante di un dopo con il quale, inaspettatamente, instaurerà un rapporto osmotico. Tra dissonanze solo apparenti, la stampa fotografica mostrerà consonanze ritmiche e formali trovando in linee rette e curve elementi archetipici dai quali tutto ha inizio; il mezzo cerchio inteso come individuo, due mezzi cerchi come coppia dalla quale nasce il fiore, i cerchi concentrici come ciclo vitale e da questa simbologia tutto genera.
A questa istintività va unita la precisione della fotografia sì da ottenere un effetto particolare, l’inatteso, scaturito da una sovrapposizione che invita a cercare associazioni, accostamenti, sorprese come nella sezione degli eroi dove Ercole con la sua potenza fisica si contrappone alla delicatezza dei colori, e ancora Achille, Ettore come altri lavori, emanano energie sinestetiche che confluiscono nella creazione artistica.
Tra storia e mitologia Le tre Grazie diventano esempio di come un difetto assurge a pregio, a valore aggiunto; i pixel che si intravedono sulle loro teste diventano scelta consapevole nel volerli lasciare così come sono, a testimonianza di una condizione di contemporaneità. La non definizione assume anche altra valenza poiché riconduce alla memoria innescando un corto circuito tra passato e presente, memoria e tecnologia. E ancora Venere e poi le Maternità relative all’iconografia dell’arte sacra che con colori dominanti, quali l’oro e l’azzurro, evocano atmosfere medievali. Matrem-fiore-creazione nelle sue diverse declinazioni costituisce un vero e proprio codice che, insieme alla curva e alla linea, rappresenta il linguaggio segnico a cui Chisesi dà autonomia, stimolando altre percezioni. Anche quando le opere sembrano sbiadite e consunte a causa del tempo, Matrem è più o meno visibile ma sempre pronta ad affiorare da qualsiasi oscurità dell’animo umano per proteggere, preservare e dare continuità, chiudendo il cerchio per poi riaprirlo e richiuderlo ancora una volta, in un incessante eterno ritorno, e innestare sulla storia di ieri quella dell’oggi, come fa l’artista attraverso contaminazioni e sperimentazioni per una sempre nuova e diversa percezione del visibile.
Nelle sue invenzioni formalistiche dove affiora un certo edonismo estetico, la tela diventa “luogo” metaforico di metamorfosi. Con un’attitudine che potrebbe risentire di un vizio postmoderno data la prassi del prelevare, contaminare, stratificare usando tecniche disparate, con provenienze incongrue sul piano sia sincronico che diacronico, in realtà egli è mosso dal sentimento di voler ripercorrere passaggi fondamentali della storia dell’arte per non smettere di immaginarne di nuovi. Difatti i fiori, e le altre composizioni segniche che popolano i suoi lavori, sono protagonisti sia figurali che tematici della sua sfera immaginativa, tramutandosi in una sorta di pattern con vocazione di essere contemporaneamente protagonista e sfondo, suggerendo così una libertà che annulla le gerarchie che solitamente si creano dentro gli schemi della visione.

Negli occhi di Andrea Chisesi

di Martina Mazzotta (curatrice della fondazione Mazzotta Milano)

“La filosofia che uno ha”, affermava un detto di Fichte, “dipende dal tipo di uomo che si è”.
Una coincidenza tanto rara quanto preziosa che, nel caso degli artisti, può rivelare una stupefacente armonia tra la persona e la propria opera.
Il pensiero corre così ad Andrea Chisesi, giovane artista e fotografo di formazione milanese, ma di origini umbro-siciliane, degno di attenzione critica oggi per il suo modo di essere uomo e artista insieme. Capita allora che sia l’aura posseduta dalla persona a invitare a scoprire le sue opere, e a ritrovarvi una certa continuità, come è avvenuto in molti casi da parte di critici, storici, galleristi e amanti dell’arte che lo seguono ormai da anni. E’ un’auraticità fatta di garbo, levità e gentilezza dei modi, di sguardi limpidi e toni pacati, così insoliti oggigiorno e così tipici di gentiluomini e di cavalieri d’alti tempi. E’ una attitudine all’armonia che Andrea ha forse maturato sviluppando un approccio prevalentemente visuale al mondo, sin da bambino, quando difficoltà nella lettura e nell’elaborazione dei testi venivano da lui genialmente compensate con il disegno, la pittura, l’utilizzo di diversi materiali, fin da piccolissimo. Anche e soprattutto a casa, dove gli strumenti e i colori erano distribuiti ovunque e in maniera circolare, come in una camera delle meraviglie, a disposizione del padre, pittore e poi designer e grafico, e poi della madre, artista anch’essa. Così gli occhi grandi e limpidi di Andrea hanno iniziato a catturare immagini, in maniera vorace e attentissima, e a rielaborarle con i mezzi più diversi, realizzando un “bisogno psico-fisico” che lo ha accompagnato sempre e che si è poi tradotto nella vocazione di una vita.
Fondamentale resta ancora la formazione avvenuta sotto un vero Maestro, quel Beppe Madaudo che introduce Andrea al dominio di alcune tecniche pittoriche, all’utilizzo dell’oro, dei colori, dell’ornamento di ascendenza greco-bizantina, post-klimtiana, da buon siciliano che lavora le proprie tele come se fossero oggetti preziosi. L’eleganza e la purezza dell’approccio visuale al mondo di Andrea sperimentano fasi e approcci in divenire, sempre coltivando quel talento che rappresenta forse il fondamento di tutto il suo operare: l’occhio del fotografo, quel taglio sul mondo che solo il talento vero può rivelare, e che in questo caso porta a prediligere un senso “classico” della composizione, fatto di rigore e di armonia. Nelle opere più recenti, che ci avvolgono in questa sua prima mostra personale, emerge uno scarto rispetto alle tele dense ed eccessivamente elaborate degli esordi. A partire dalle superfici e dal concetto di “deterioramento”, tanto caro ad Andrea che infatti le lavora, le corrode e le strappa in modo che possano essere impresse come grandi lastre – già di per sé intrise di poesia! – seguendone i punti di luce, alla maniera delle rayografie.
E così, in questa mostra, da una parte riviviamo in noi stessi, per empatia (Einfuehlung) il piacere gestuale che Andrea prova nel tracciare vortici; dall’altra, riviviamo l’eleganza e l’armonia con cui le tele preziosamente lavorate si imprimono di presenze femminili, provocanti e post-pop, di neo-icone della letteratura di Nicolai Lilin, di ritratti a cavallo e di leoni, fino all’auraticità senza tempo di “Folià”, gruppo di attori “on stage” degno di un sogno simbolista. Preludio ai richiami che Andrea già riconosce quali prossime sfide, dove al proprio senso estetico innato vorrà dare anche una tensione etica: scegliendo di lavorare sulla Pietà di Michelangelo, o sull’amato Papa santo, Giovanni Paolo II? Certamente, proseguendo con nuove sfide nella propria formazione, nella propria crescita di uomo-artista autentico.

Press

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